Agenzia Hawzah News – L'insurrezione di Ashura non terminò con il martirio dell’Imam Husayn; al contrario, con la prigionia della Famiglia del Profeta (Ahl al-Bayt) entrò in una nuova fase di influenza e diffusione. In quel periodo l’Imam Sajjad assunse una responsabilità ancora più gravosa. In condizioni estremamente difficili pronunciò due discorsi decisivi: uno a Kufa, davanti a una folla che poco tempo prima aveva abbandonato l’Imam Husayn, e l’altro in Siria, nel palazzo di Yazid.
Questi discorsi non furono una semplice narrazione degli eventi, ma furono un vero e proprio ‘jihad della chiarificazione’ (jahād-e tabyīn) nel senso più autentico del termine. L’Imam, presentando sé stesso e la Famiglia del Profeta, smascherò il vero volto degli Omayyadi e sollevò il velo dalla loro propaganda distorta. L’effetto di questi discorsi fu tale che Yazid fu costretto a modificare la propria politica e la sua assemblea si concluse con una sconfitta morale e uno scandalo.
Più precisamente, attraverso queste orazioni l’Imam Sajjad riuscì a salvare il movimento dell’Imam Husayn, fondato sulla ricerca della verità e della giustizia, dall’assalto della falsificazione storica e delle interpretazioni fuorvianti.
In una situazione in cui ogni movimento politico comportava il rischio della vita, l’Imam Sajjad scelse il percorso culturale e spirituale. Il pianto per le sofferenze di Karbala non era un semplice lutto, ma un’azione politica consapevole e strategica. Le lacrime mantenevano vivo il ricordo; il ricordo suscitava interrogativi; e gli interrogativi mettevano in discussione la legittimità del potere omayyade. Attraverso questo metodo, l’Imam conservò nella storia il ricordo dell’evento di Ashura e preservò la via e l’obiettivo dell’Imam Husayn dalla falsificazione.
I 34 anni di imamato dell’Imam Sajjad furono un periodo di repressione e soffocamento politico sotto gli Omayyadi; tuttavia egli, formando discepoli come Abu Hamza al-Thumālī, preparò il terreno per i successivi movimenti degli sciiti. Questa fu una forma di jihad culturale nel senso più preciso del termine: non un ritiro dalla società, ma un impegno all’interno della comunità, con l’obiettivo di preservare l’identità islamica e impedire la deviazione.
In questi giorni l’Iran è contemporaneamente coinvolto in una guerra e nel lutto per la perdita della propria guida, l’Imam Martire, il Grande Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, il cui corteo funebre nei giorni recenti ha portato milioni di persone nelle strade. Questi due eventi simultanei ci invitano a riflettere sul rapporto tra resistenza e lutto.
L’Imam Sajjad agì in una situazione molto simile a quella odierna. Da una parte, la società era sotto shock e nel dolore; dall’altra, il nemico era all’apice del proprio potere. Egli tuttavia mostrò che il lutto, se accompagnato da consapevolezza e chiarificazione, può trasformarsi nella forma più profonda di resistenza. Piangere per un martire non è debolezza, ma una dichiarazione di identità e di fedeltà al suo cammino.
Il corteo funebre del Signore Martire dell'Iran nei giorni scorsi, proprio mentre il Paese è coinvolto in una guerra, rappresenta la riproduzione della stessa logica storica. Il sangue del martire porta un messaggio più potente della voce dei vivi, se vi sono narratori dotati di consapevolezza. Nel solco di questa preziosa eredità, il popolo iraniano ha mostrato come sia possibile, dal cuore del dolore e del fuoco, portare avanti il cammino della Rivoluzione fino alla soglia dell’obiettivo finale. Traendo ispirazione dalla condotta dell’Imam Sajjad, ha trasformato il lutto in una manifestazione di consapevolezza: ogni lacrima è diventata una nuova narrazione della ricerca della giustizia, e ogni partecipazione a un corteo funebre un rinnovamento del patto con gli ideali di Karbala.
Nei giorni in cui il nemico ritiene che attraverso la pressione della guerra e delle sanzioni possa spezzare lo spirito nazionale, è questo popolo che, con la stessa logica delle lacrime, intraprende una nuova opera di chiarificazione e collega la giovane generazione alla storia viva della Rivoluzione.
Essi hanno imparato che la continuità del cammino è possibile soltanto attraverso la formazione di narratori sinceri; narratori che, nelle strade del lutto e nelle trincee della guerra, hanno appreso dall’Imam Sajjad a Karbala la lezione del ‘bisogna rialzarsi’. Perciò, ogni corteo funebre è una grande lezione di conoscenza dell’Imam; ogni presenza collettiva e solenne è una dichiarazione di perseveranza; e ogni voce di ‘Ya Husayn’ accanto a ‘Ya Khamenei’ è un anello della stessa catena ininterrotta della lotta tra il Vero e il Falso.
Questo cammino, che si è esteso da Karbala fino ai giorni nostri, grazie all'eredità dell'Imam Sajjad si è radicato così profondamente nelle anime che nessuna cospirazione potrà più cancellarlo dalla memoria storica di questa terra.
Oggi il popolo iraniano, con questo patrimonio di consapevolezza, non soltanto sopporta la guerra, ma da dentro di essa forma una generazione in crescita e dotata di corretta visione, per la quale l’obiettivo finale — la realizzazione della società promessa e l’avvento del Mahdi — non è uno slogan, ma la destinazione di ogni passo segnato dalle lacrime e dal sangue.
Questa è la stessa eredità duratura del movimento dell’Imam Sajjad, che in questi giorni difficili è diventata motivo di orgoglio per l’Iran.
Hojjatoleslam Morteza Sanei
A cura di Mostafa Milani Amin

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