Agenzia Hawzah News – Come se la storia si fosse fermata ancora una volta, per assistere a una scena che si verifica soltanto nei giorni dell’addio agli uomini santi di Dio. Quel mattino di dolore, il cielo di Teheran aveva un colore diverso; non il colore del tramonto, né quello dell’alba, ma il colore delle lacrime sospese negli occhi di milioni di persone. Era giunta la notizia che il corpo sacro del martire Ayatollah Khamenei, questo anziano saggio e instancabile combattente, sarebbe stato accompagnato sulle spalle di un popolo che per anni aveva vissuto con le sue parole, si era rialzato con la sua speranza e aveva percorso il cammino con i suoi ideali.
Le strade non erano più strade; erano fiumi di persone che affluivano da ogni direzione. Anziani che tenevano in mano il bastone, giovani che innalzavano le bandiere, madri che portavano i propri figli sulle spalle versando lacrime, e persone giunte dalle città più lontane per offrire l’ultimo saluto a un uomo che aveva dedicato la propria vita alla dignità dell’Umma e alla difesa degli oppressi. Quel giorno Teheran non era soltanto una città; era il cuore pulsante di un’intera comunità. Ogni vicolo e ogni strada si erano trasformati in un miḥrāb, un luogo sacro di preghiera, dove venivano celebrati il culto dell’amore e della fedeltà. Sembrava che milioni di cuori battessero all’unisono e che milioni di occhi versassero lacrime nello stesso momento. Il suono delle salmodie di benedizione (salawāt) e il mormorio dei versetti del Corano si diffondeva nell’aria, e il profumo del martirio aveva avvolto la città.
Ma questo non era la fine del cammino. Il corteo dell’amore ha lasciato Teheran ed è giunto a Qom; una città che per secoli è stata rifugio di sapienti, mistici e giuristi sciiti. Qom era sprofondata nel lutto. Le cupole turchesi e i minareti luminosi erano testimoni dell’onda sconfinata di una folla accorsa per congedarsi dal vero figlio della scuola religiosa e della Rivoluzione. Le scuole teologiche, gli istituti religiosi, le celle degli studenti (hojreh) e il santuario sacro di Hazrat Masoumeh avevano tutti assunto il colore del cordoglio. I giovani seminaristi, accanto ai maestri anziani, con gli occhi colmi di lacrime, accompagnavano un corpo che per anni era stato portatore della bandiera del pensiero e della resistenza.
Poi il corteo ha proseguito verso l’Iraq; verso una terra la cui polvere è intrecciata con il nome della Famiglia del Profeta (Ahl al-Bayt). Najaf, la città dell’Imam dei Timorati (l’Imam Ali), è venuta incontro al corteo. Sembrava che, quel giorno, secoli di storia della Shi'a fossero tornati in movimento. Le strade che conducevano al santuario del Principe dei Credenti erano colme di onde di persone giunte da diverse nazionalità e con lingue differenti. Arabi e non arabi, anziani e giovani, studiosi e gente comune, tutti erano riuniti fianco a fianco. Najaf “la Nobile”, quella città antica e sacra, vedeva accogliere nel suo abbraccio un martire che aveva trascorso la propria vita sulla via della difesa dell’Islam e degli ideali di Alì. Accanto alla luminosa tomba dell’Imam Ali, i sussurri avevano un significato diverso. Le lacrime non erano soltanto per un uomo; erano per un’epoca, per una storia, per gli anni che erano stati segnati dal suo nome. Sembrava che Najaf, con tutta la sua grandezza, avesse taciuto in segno di rispetto davanti a questo grande addio.
E poi Karbala, la terra dell’amore e del martirio. Karbala, che da secoli ospita le carovane di lacrime e fedeltà, questa volta è stata testimone di un’altra carovana. Bayn al-Haramayn, lo spazio tra i due santuari, si è riempito di una folla giunta per accompagnare il figlio della scuola di Husayn. Le bandiere nere danzavano sopra le cupole dorate e il canto dei lamenti funebri risuonava nello spazio dei due santuari. In quei momenti, sembrava che il tempo si fosse ricongiunto ad Ashura. Le persone che portavano sulle spalle il corpo del martire si vedevano come continuatrici di quella stessa via iniziata a Karbala; una via che è rimasta viva attraverso il sangue dei martiri e che è proseguita con il grido degli uomini liberi. Le lacrime scorrevano, ma nei cuori non vi era soltanto dolore; vi era anche un senso di gloria e grandezza. La grandezza di un uomo che, dopo decenni di impegno e lotta, veniva ora accompagnato verso l’eternità tra le onde dell’amore dei popoli.
Questo corteo funebre di milioni di persone non era soltanto l’accompagnamento di una salma; era l’espressione di un legame profondo tra il leader e la comunità. Milioni di persone erano giunte per dire che il cammino della verità non termina con la scomparsa degli uomini di Dio. Erano venute per testimoniare che il pensiero, la fede e l’ideale non possono essere sepolti nella terra. Erano venute per rinnovare, attraverso le loro lacrime, un patto: il patto di fedeltà alla verità, alla giustizia e alla resistenza.
In quei giorni, Teheran, Qom, Najaf e Karbala si erano unite; sembrava che la geografia si fosse arresa di fronte alla grandezza di questo addio. Dalle pendici dell’Alborz fino al santuario dell’Imam Ali, dal cortile del santuario di Hazrat Masoumeh fino a Bayn al-Haramayn, un’intera comunità era in piedi: una comunità immersa nel lutto, ma che allo stesso tempo celebrava la magnificenza e la permanenza di una via.
E la storia scriverà che, in quei giorni, milioni di persone scesero nelle strade; non per abitudine, non per costrizione, ma per amore. Amore verso un uomo che aveva dedicato la propria vita a Dio e che ora, come un uccello liberato dalla gabbia della terra, volava verso gli orizzonti dell’eternità. La storia scriverà che questo corteo funebre, più che l’accompagnamento di un uomo, fu un omaggio a una scuola di pensiero; una scuola che ebbe inizio a Najaf, crebbe a Qom, giunse alla maturità a Teheran e a Karbala ritrovò ancora una volta il proprio significato attraverso il sangue e il martirio.
Hojjatoleslam Mohammad Hossein Mokhtari
A cura di Mostafa Milani Amin

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