Agenzia Hawzah News – L’Hojjatoleslam Mohammad Hossein Mokhtari, ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran presso il Vaticano e capo dell’istituto di ricerca “Urwat al-Wuthqa”, ha risposto alle offese del criminale infanticida Trump contro il popolo iraniano in un articolo intitolato “Il linguaggio dell’età della pietra adottato da Trump nella politica moderna”.
Riportiamo di seguito il testo integrale dell’articolo.
Col Nome di Dio, il Misericordioso, il Benevolo
Come riportato dai media, il presidente degli Stati Uniti ha recentemente insultato apertamente la nazione, la storia e l’antica civiltà dell’Iran con estrema sfrontataggine. Pertanto, è necessario esprimere brevemente alcuni punti.
Un discorso di questo tipo è una forma di linguaggio costruito su esagerazione, umiliazione e dimostrazione di potere; un linguaggio che abbiamo visto molte volte nella storia e che solitamente affonda le sue radici in una visione riduzionista dell’“altro”. Da un punto di vista razionale, un tale discorso contiene diverse fallacie.
In primo luogo, la fallacia della generalizzazione: una nazione con una storia e una diversità culturale immensa viene ridotta a un’immagine semplicistica e negativa.
Secondo, la fallacia dell’insulto al posto dell’argomentazione: a livello collettivo, l’esistenza di una nazione viene attaccata.
Terzo, la fallacia del potere: come se il “poter fare” fosse equivalente al “avere il diritto”. Mentre nella tradizione della filosofia politica, il potere senza legittimità morale è privo di validità. Per usare le parole di Kant, gli esseri umani sono “fini in sé stessi”, non mezzi; e nessuna nazione può essere umiliata o distrutta semplicemente come strumento per raggiungere obiettivi politici.
Da un punto di vista storico, l’Iran non solo vanta un passato millenario, ma è stato anche uno dei centri di formazione della civiltà, della scienza e della cultura. Dall’Impero Achemenide, che ha offerto modelli di tolleranza religiosa, ai periodi islamici, che hanno dato un contributo significativo alla filosofia, alla medicina e alla matematica a livello storico e mondiale. La storia dimostra che il linguaggio dispregiativo dei poteri politici nei confronti delle nazioni – sia nell’imperialismo del XIX secolo che nelle guerre del XX secolo – non solo non ha creato una legittimità duratura, ma ha spesso portato a resistenza, crisi e instabilità.
Ogni essere umano e ogni società umana deve essere considerata “fine in sé stessa”, non un mezzo per gli scopi altrui. In parole povere, nessun individuo o nazione può essere umiliato, minacciato o distrutto semplicemente come strumento per realizzare obiettivi politici, economici o militari. Se analizziamo un’affermazione come “riportare un paese all’età della pietra” in questo quadro, diventa chiaro che questa espressione riduce fondamentalmente una nazione dalla posizione di “attore con dignità” a un “oggetto distruttibile”; e questa è una violazione palese dei fondamenti dei filosofi dell’etica.
La domanda è: si può immaginare un mondo in cui gli stati abbiano il diritto di minacciare di annientamento totale e regressione qualsiasi nazione con cui abbiano un disaccordo? La risposta è chiara: se una tale regola diventasse universale, porterebbe al caos, a una guerra perpetua e alla distruzione dell’ordine mondiale. Pertanto, questo tipo di discorso non è solo immorale, ma anche impraticabile e autocontraddittorio dal punto di vista della ragione pratica. Questo discorso è filosoficamente respinto per la violazione del principio della dignità umana, l’impossibilità di una generalizzazione razionale e l’incompatibilità con l’idea di un ordine giuridico globale. Il potere politico, senza impegno verso principi morali universali, non ha né legittimità né può costituire una base duratura per le relazioni internazionali. Il problema di questa affermazione non è solo la sua “offensività”, ma il fatto che è in conflitto con la razionalità etica moderna stessa; la stessa razionalità che molti sistemi politici occidentali affermano di seguire.
Se analizziamo questo tipo di discorso nel quadro del “populismo violento”, il problema qui non è solo un’offesa personale, ma uno “stile specifico di fare politica” che deve essere criticato a livello teorico. Nella letteratura occidentale contemporanea, il populismo si basa generalmente sulla dicotomia “noi” e “loro”. Ma nella sua forma “violenta”, questa dicotomia non è solo una distinzione politica, ma si trasforma nella “demonizzazione” dell’altro: l’altro non è solo un oppositore, ma una minaccia che deve essere eliminata o umiliata. In questo quadro, un discorso come “riportare un paese all’età della pietra” ha esattamente una funzione simbolica: produrre paura, suscitare emozioni e mobilitare politicamente attraverso l’umiliazione di un “altro grande”.
I populisti affermano di rappresentare il “vero popolo” e considerano ogni oppositore come corrotto o straniero. Quando questa logica viene trasferita alla politica estera, anche le altre nazioni vengono dipinte come “l’altro minaccioso”. Pertanto, un’affermazione del genere riguarda più la “necessità politica di chi parla, di produrre un nemico” che l’Iran stesso.
Il populismo violento non accetta il dialogo né riconosce la prospettiva dell’altro. La comprensione è possibile solo in uno spazio di reciproco rispetto e ascolto dell’altro. Pertanto, il linguaggio dell’umiliazione non è solo immorale, ma è “contro la comprensione”; cioè, distrugge fondamentalmente la possibilità di una vera conoscenza.
Nel teso clima della politica contemporanea, il linguaggio non è più solo uno strumento di trasmissione del significato, ma è esso stesso diventato un campo di azione del potere; un campo in cui le parole, invece di creare comprensione, possono diventare strumenti di umiliazione, rifiuto e persino minaccia. In questo contesto, l’emergere e la diffusione di una forma di “populismo violento” — basato sulla semplificazione della realtà, una dicotomia estrema e la produzione di un “nemico” — indica una profonda crisi nella razionalità politica e nell’etica del dialogo a livello globale. Questo tipo di discorso, invece di analizzare le divergenze nel quadro dell’argomentazione e delle norme legali, spiana la strada alla negazione della dignità umana riducendo nazioni e culture a immagini caricaturali. Di fronte a un tale linguaggio, il ritorno alle tradizioni filosofiche e umane che enfatizzano la dignità, il dialogo e la comprensione reciproca è una necessità innegabile.
Pertanto, lo scopo di questo scritto non è entrare in una disputa emotiva, ma fornire una critica filosofica a un tipo di discorso politico che, ignorando le complessità storiche e culturali, ricorre a un linguaggio di minaccia e umiliazione.
Questo scritto si propone di dimostrare che la politica, se separata dall’orizzonte della dignità umana e dalla razionalità del dialogo, non solo perde la sua legittimità, ma distrugge anche la possibilità di formare un ordine stabile basato sulla comprensione reciproca. In un mondo che ha più che mai bisogno di dialogo e comprensione reciproca, riflettere sulla “responsabilità del linguaggio” in politica sarà un passo necessario per preservare la dignità delle nazioni e per un futuro più umano.
Il retaggio storico dell’Iran non è solo una parte dell’identità culturale dei popoli di lingua persiana, ma anche un capitolo fondamentale della storia della civiltà umana. Un capitolo in cui l’intersezione tra potere politico, saggezza filosofica e creatività scientifica ha dato vita a un modello raro di continuità e trasformazione culturale.
L’Iran, come una delle più antiche aree di civiltà del mondo, ha svolto un ruolo determinante nella formazione dei concetti fondamentali di governo, conoscenza e cultura, a partire da millenni prima di Cristo fino ai giorni nostri. Durante il periodo achemenide, per la prima volta si formò una sorta di sistema imperiale con una complessa struttura amministrativa basata sulla tolleranza religiosa e culturale, in cui diverse tribù e religioni convivevano sotto un ordine giuridico relativamente giusto. Questa esperienza, rispetto a molti imperi coevi, possedeva una sorta di razionalità politica avanzata che in seguito si riflesse nelle tradizioni giuridiche e politiche del mondo.
Con l’avvento del periodo islamico, l’Iran divenne uno dei principali centri di produzione e trasmissione della conoscenza nel mondo. Il movimento di traduzione, la formazione di centri scientifici e l’interazione tra le tradizioni greca, indiana e iraniana crearono un terreno su cui il pensiero e la scienza fiorirono in modo senza precedenti. Tra questi, pensatori come Avicenna, sistematizzando la filosofia e la medicina, Khwarizmi, fondando l’algebra e influenzando la matematica moderna, e al-Biruni, con ricerche precise in astronomia, geografia e antropologia, hanno dato un contributo perenne nella storia della scienza mondiale. Questa eredità scientifica, non solo nel mondo islamico, ma, attraverso le traduzioni in latino, ebbe anche un ruolo nella formazione del Rinascimento europeo.
Oltre a questi successi scientifici, anche le tradizioni filosofiche e letterarie dell’Iran occupano una posizione di rilievo. Dalla saggezza illuminativa e dalla fusione di ragione e intuizione nelle opere di pensatori come Sohravardi, alla profondità etica e mistica nella poesia e nella prosa persiana, che si manifesta nelle opere di poeti come Rumi e Saadi Shirazi, si può assistere a una sorta di umanesimo profondo e cosmopolitismo culturale che ha trovato un pubblico globale al di là dei confini geografici. Questa tradizione letteraria non è solo un’espressione del gusto estetico, ma anche portatrice di una saggezza pratica ed etica che, nel corso dei secoli, ha ispirato diverse culture.
La caratteristica distintiva della civiltà iraniana è la sua continuità storica, pur nella trasformazione. A differenza di molte civiltà antiche che si sono interrotte nel tempo, l’Iran è riuscito, preservando i propri nuclei culturali, a rigenerarsi e ridefinirsi di fronte a cambiamenti politici, religiosi e sociali. Questa continuità non significa staticità, ma indica la grande capacità di adattamento e dialogo con altre tradizioni; una capacità che si è manifestata più volte nell’interazione con la Grecia antica, la civiltà islamica e persino la modernità occidentale.
Pertanto, il retaggio storico dell’Iran non deve essere considerato solo un’eredità di una nazione, ma una parte del patrimonio comune dell’umanità; un patrimonio in cui idee come la tolleranza, la ricerca della verità e il legame tra scienza ed etica sono state coltivate in modo distintivo. In un mondo che affronta profonde sfide culturali ed etiche, rileggere questa eredità può aprire nuovi orizzonti per la comprensione reciproca, il dialogo e la coesistenza umana.
Attribuire una nazione con una storia profonda e stratificata all’“Età della Pietra” non è un semplice errore linguistico, ma un pericoloso riduzionismo che trasforma l’umanità e la storia in stereotipi umilianti. Tale discorso, prima ancora di danneggiare un paese specifico, mina la credibilità di chi parla come eletto e rappresentante del popolo, nell’orizzonte della razionalità e dell’etica pubblica; perché ogni giudizio su una nazione, se non passa attraverso la conoscenza storica, culturale e umana, scivola inevitabilmente nella superficialità e nell’invalidità. La storia del pensiero politico ed etico in Occidente e in Oriente ha chiaramente dimostrato che la dignità dell’uomo e delle nazioni è intrinseca e non riducibile, e che il linguaggio dell’umiliazione non sostituisce mai l’argomentazione e la comprensione.
Pertanto, la condanna di tali affermazioni non è una reazione emotiva, ma una necessità razionale ed etica. Se nel mondo contemporaneo il linguaggio della minaccia e dell’umiliazione dovesse essere accettato come metodo politico legittimo, ciò che crollerebbe non sarebbe solo il rispetto reciproco tra le nazioni, ma le fondamenta stesse del dialogo globale e dell’ordine internazionale. Nessuno stato, con qualsiasi grado di potere o disaccordo, ha il diritto di ridurre un altro a negazione storica e culturale. La responsabilità delle élite, degli intellettuali e dei politici è quella di impedire che tale linguaggio diventi la norma, riportando il linguaggio nel dominio della razionalità.
Infine, salvaguardare la dignità delle nazioni è la condizione necessaria per qualsiasi convivenza sostenibile nel mondo. Ogni discorso che violi questa dignità deve essere respinto con chiarezza e argomentazione. Solo così si può sperare che il linguaggio della politica, anziché essere strumento di minaccia e distruzione, diventi un mezzo per la comprensione, il rispetto e la cooperazione tra gli esseri umani. Va dichiarato con chiarezza: nessuna nazione può essere privata della sua storia, così come nessuna cultura può essere cancellata dalla scena della civiltà con una frase umiliante. Questo tipo di retorica, se lasciata senza risposta, porta gradualmente alla normalizzazione della violenza verbale e poi di quella reale. Pertanto, contrastarla non significa difendere un paese specifico, ma difendere i principi fondamentali della convivenza umana.
A cura di Mostafa Milani Amin

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