Agenzia Hawzah News – Presentiamo di seguito un’altra parte della serie «Un’introduzione alla conoscenza dell’Islam», che attraverso un linguaggio chiaro e accessibile offre ai lettori — in particolare ai giovani — gli strumenti essenziali per approfondire la conoscenza della religione islamica, dei suoi insegnamenti e della sua visione dell’essere umano e della società.
Il monoteismo nel Corano
﴿قُلْ أَتَعْبُدُونَ مِنْ دُونِ اللَّهِ مَا لَا يَمْلِكُ لَكُمْ ضَرًّا وَ لَا نَفْعًا وَ اللَّهُ هُوَ السَّمِيعُ الْعَلِيمُ﴾
«[O Profeta!] Di’: “Adorate forse, al di là di Dio, ciò che non ha per voi nessun danno né vantaggio alcuno? E [solo] Dio è Colui che ascolta [tutte le parole] e conosce [tutti i segreti e i misteri]”»[1]
Come si è visto, gli insegnamenti fondamentali delle religioni abramitiche sono raccolti nei rispettivi Libri sacri, e il Corano costituisce l’ultimo Libro sacro della tradizione abramitica.
Secondo la fede islamica, il Corano è la Parola di Dio, rivelata gradualmente, nell’arco di ventitré anni, dall’angelo Gabriele al Profeta dell’Islam, Muhammad (S).
Il Corano, tuttavia, si distingue sotto diversi aspetti dagli altri testi sacri delle religioni abramitiche. Infatti, la Sacra Scrittura degli ebrei comprende complessivamente 39 libri: soltanto i primi cinque, noti come Torah, furono rivelati durante la vita del Profeta Mosè (A), mentre i restanti trentaquattro furono trasmessi, nel corso di un lungo periodo, a diversi profeti e ad altre figure sacre dopo la sua morte. Le Sacre Scritture dei cristiani, invece, costituiscono un insieme di 27 libri,[2] alcuni dei quali furono redatti dagli apostoli, mentre altri furono raccolti dai seguaci di Gesù (A).
Negli insegnamenti del Corano, considerato la fonte religiosa più autorevole dell’Islam, il monoteismo costituisce la dottrina fondamentale su cui si insiste maggiormente. Esso rappresenta, infatti, il principio e la sintesi stessa della religione islamica: l’unica verità che riconduce tutte le forze e le meraviglie dell’universo a un unico centro divino e invita l’essere umano a riflettere sulla propria esistenza e sul proprio Creatore.
﴿هُوَ اللَّهُ الْخَالِقُ الْبَارِئُ الْمُصَوِّرُ﴾
«Egli è Dio, il Creatore, l’Artefice, il Plasmatore!»[3]
﴿وَ فی الْأَرْضِ آيَاتٌ لِلْمُوقِنِينَ۞ وَ فِی أَنْفُسِكُمْ أَفَلَا تُبْصِرُونَ﴾
«Sulla terra vi sono segni per coloro che hanno certezza, e anche dentro di voi stessi. Non vedete dunque?»[4]
Il monoteismo consiste nel riconoscere l’unicità dell’Essenza e degli Attributi di Dio, la Sua incomparabilità, l’assenza di qualsiasi socio nella creazione e nel governo dell’universo e la Sua infinità nell’essere. Egli è l’unica Verità che non ha bisogno di alcuno, né per la propria esistenza né per dare esistenza alle Sue creature.
﴿بِسْمِ اللَّهِ الرَّحْمَٰنِ الرَّحِيمِ۞ قُلْ هُوَ اللَّهُ أَحَدٌ۞ اللَّهُ الصَّمَدُ۞ لَمْ يَلِدْ وَ لَمْ يُولَدْ۞ وَ لَمْ يَكُنْ لَهُ كُفُواً أَحَدٌ﴾
«Col Nome di Dio, il Misericordioso, il Benevolo. Di’: “Dio è davvero Unico! Dio è l’Assoluto. Non ha generato e non è stato generato, e nessuno Gli è pari”»[5]
﴿لَيْسَ كَمِثْلِهِ شَيْءٌ﴾
«Nulla è simile a Lui»[6]
﴿هُوَ الْأَوَّلُ وَالْآخِرُ وَالظَّاهِرُ وَالْبَاطِنُ﴾
«Egli è il Primo e l’Ultimo, e il Palese e l’Occulto»[7]
﴿إِنَّ اللَّهَ لَغَنِیٌّ عَنِ الْعَالَمِينَ﴾
«In verità, Dio non ha alcun bisogno delle creature dell’universo»[8]
Numerosi versetti del Corano affermano, in modo diretto o indiretto, l’unicità di Dio sotto questi aspetti e, talvolta, ne offrono anche argomentazioni a sostegno.
Il Corano considera il messaggio comune di tutti i Profeti divini, anzitutto, l’invito al monoteismo e, di conseguenza, all’adorazione dell’unico Dio. Questa fede nell’unicità, definita «tawḥīd dell’Essenza», costituisce il fondamento di una dimensione pratica e sociale, denominata «tawḥīd del culto» o, in altri termini, «tawḥīd della devozione» e «tawḥīd della signoria».
In numerosi versetti del Corano, Dio è presentato come il «Signore dei mondi». Questo Nome divino indica che Egli, oltre ad aver creato la terra, i cieli e tutte le creature, si è assunto anche la responsabilità di provvedere a esse, guidarle, farle crescere e educarle, senza mai abbandonare i Suoi servi. In uno dei più bei versetti del Corano si legge:
﴿وَ إِذَا سَأَلَكَ عِبَادِی عَنِّی فَإِنِّی قَرِيبٌ أُجِيبُ دَعْوَةَ الدَّاعِ إِذَا دَعَانِ﴾
«E quando i Miei servi ti chiedono di Me, ebbene [di’ loro che], in verità, Io sono vicino! Esaudisco la preghiera di chi supplica, quando Mi invoca»[9]
E con quanta bellezza e umiltà elevano le loro suppliche coloro che sono stati completamente incendiati dal fuoco dell’amore divino! Il signore degli adoratori e degli innamorati di Dio, l’Imam Sajjād[10] (A), in un passo delle sue intime invocazioni, dice:
«O Signore, verso il Tuo perdono mi sono incamminato e verso la Tua clemenza mi sono diretto. Alla Tua indulgenza anelo e alla Tua misericordia mi affido; nelle mie azioni, infatti, non vi è nulla che mi renda degno del Tuo perdono e non ho altro capitale di speranza se non la Tua benevolenza... O conforto dei cuori impauriti e lontani dalla patria, o consolatore degli afflitti dal cuore spezzato, o soccorritore dell’uomo solo e smarrito, o aiuto di ogni bisognoso respinto, io sono quel Tuo servo che, quando Tu lo hai chiamato alla preghiera, ha risposto al Tuo comando».[11]
Il tawḥīd del culto occupa un ruolo centrale negli insegnamenti dei Profeti e nelle sure del Corano, al punto che è come se tutte le sure del Libro divino fossero fiumi copiosi e limpidi che confluiscono nell’immenso e splendido mare del tawḥīd. Il tawḥīd del culto significa che i Profeti e i giusti Inviati da Dio non vennero soltanto per presentare il Signore come l’unico Creatore dell’universo, ma anche per insegnare agli uomini la retta via dell’adorazione e della servitù. È bene notare, inoltre, che la preghiera e la manifestazione dell’amore verso l’Unico Dio non sono radicate soltanto nell’essere umano, bensì in tutte le creature, che unanimemente Lo glorificano e Lo lodano:
﴿تُسَبِّـحُ لَهُ السَّمَاوَاتُ السَّبْعُ وَ الْأَرْضُ وَ مَنْ فِيهِنَّ وَ إِنْ مِنْ شَيْءٍ إِلَّا يُسَبِّـحُ بِحَمْدِهِ وَ لَٰكِنْ لَا تَفْقَهُونَ تَسْبِيحَهُمْ إِنَّهُ كَانَ حَلِيمًا غَفُورًا﴾
«Lo glorificano i Sette Cieli e la terra e chiunque è in essi, e non v’è cosa se non che [Lo] glorifica con la Sua lode, ma voi non comprendete il loro glorificare. Egli è davvero Longanime, Clemente»[12]
Il monoteismo nell’adorazione e nell’obbedienza a Dio si fonda, innanzitutto, sulla convinzione che solo Dio è il Padrone e il Sovrano assoluto dei Suoi servi:
﴿لَهُ مُلْكُ السَّمَاوَاتِ وَ الْأَرْضِ﴾
«Suo è il regno dei cieli e della terra»[13]
Anche l’espressione della servitù, così come la richiesta di aiuto, devono essere rivolte unicamente a Dio: «Iyyāka naʿbudu wa iyyāka nastaʿīn» («Solo Te adoriamo e solo a Te chiediamo aiuto» – Corano 1:5). Di conseguenza, l’obbedienza a chiunque altro e il riconoscimento di una proprietà o di una sovranità indipendenti in qualsiasi altra creatura equivalgono a servire quella creatura, anziché l’Unico Dio. Per questo motivo, nel Corano, Dio ha riassunto il messaggio di tutti i Profeti in questa frase:
﴿وَ لَقَدْ بَعَثْنَا فِی كُلِّ أُمَّةٍ رَسُولًا أَنِ اعْبُدُوا اللَّهَ وَ اجْتَنِبُوا الطَّاغُوتَ﴾
«E invero mandammo in ogni popolo un inviato [a dire loro]: “Adorate Dio ed evitate il Ţāġūt”»[14]
Un invito che costò innumerevoli tribolazioni a grandi uomini come Abramo, Noè, Hūd, Ṣāliḥ, Mosè, Davide, Gesù (A) e Muhammad (S), portando molti di loro nelle prove più dure e, talvolta, persino al martirio sulla via della chiamata all’adorazione di Dio. La storia testimonia che i detentori del potere e del denaro hanno sempre cercato di attirare a sé gli uomini, impadronendosi delle redini della loro servitù, della loro adorazione e della loro obbedienza, per distoglierli dall’obbedienza all’Unico Signore e, se non altro, impedire loro l’adorazione esclusiva di Dio, spingendoli invece verso il politeismo (shirk).
La profezia nel Corano
﴿كَانَ النَّاسُ أُمَّةً وَاحِدَةً فَبَعَثَ اللَّهُ النَّبِيِّينَ مُبَشِّرِينَ وَ مُنْذِرِينَ وَ أَنْزَلَ مَعَهُمُ الْكِتَابَ بِالْحَقِّ لِيَحْكُمَ بَيْنَ النَّاسِ فِيمَا اخْتَلَفُوا فِيهِ﴾
«Gli uomini [all’inizio] erano un’unica comunità. Dio inviò allora i Profeti, nunzi di lieta novella e ammonitori, e con loro fece discendere il Libro nel vero, affinché giudicasse fra gli uomini riguardo a ciò su cui divergevano»[15]
Dio misericordioso avrebbe forse abbandonato l’uomo in questo mondo vasto e complesso, lasciandolo solo, senza alcun maestro o guida, a cercare da sé la via della felicità e della salvezza e a determinare il proprio destino senza l’aiuto di un Sapiente divino? La storia dell’umanità testimonia che migliaia di uomini veritieri e giusti sono emersi dalle tenebre, hanno sconfitto con i loro miracoli i tiranni e i governanti dominati dalle passioni, hanno combattuto i centri della superstizione e dello smarrimento e, attraverso le loro parole, i loro comportamenti e le loro azioni, hanno indicato la salvezza e la virtù come fine ultimo della vita umana.
Tutti questi avvenimenti e le testimonianze della storia umana sulla vita gloriosa di quegli uomini coraggiosi e puri di cuore sono forse soltanto illusioni vane e prive di fondamento? Tutti questi meravigliosi segni divini contenuti nel Corano e negli altri Libri sacri sono forse stati pronunciati e scritti da persone che intendevano ingannare la gente e che si sono falsamente presentate come Profeti di Dio?
In precedenza è stato detto che, tra le migliaia di Profeti divini, nel Corano sono menzionati soltanto i nomi di ventisei di essi e che le vicende di venti di loro si trovano anche nei Libri sacri degli ebrei e dei cristiani.[16] In questo contesto, il Corano attribuisce ai Profeti le più elevate qualità morali e ripete più volte i loro nomi e i racconti della loro vita per ricordare agli uomini le loro virtù. Mosè (A) è citato 136 volte, Gesù (A) 93 volte, Abramo (A) 63 volte e Noè (A) 43 volte.
Naturalmente, la prima aspettativa che l’uomo ha nutrito nei confronti dei Profeti di ogni epoca è stata la veridicità delle loro parole e la sincerità della loro condotta, affinché fosse possibile confidare nel loro messaggio. La veridicità è la prima e più importante qualità che ogni Profeta deve possedere. A questo proposito, nella Sura di Maria si legge:
﴿وَ اذْكُرْ فِی الْكِتَابِ إِبْرَاهِيمَ إِنَّهُ كَانَ صِدِّيقًا نَبِيًّا﴾
«E ricorda nel Libro Abramo, essendo invero egli un sincerissimo, un Profeta»[17]
Allo stesso modo, nella Sura Yūsuf leggiamo:
﴿يُوسُفُ أَيُّهَا الصِّدِّيقُ﴾
«Giuseppe, o [tu che sei] assai veritiero!»[18]
In un sublime hadith del sesto Imam, Jaʿfar ibn Muḥammad al‑Ṣādiq[19] (A), è riportato:
«إن الله عَزَّ وَ جَلّ لَم یَبعث الأنبیاء إلا بصدق الحدیث و أداء الأمانة إلی البرّ و الفاجر»
«In verità, Dio, Glorioso e Maestoso, non ha inviato i Profeti se non per la loro veridicità nel parlare e per la loro fedeltà nella restituzione dei depositi loro affidati, sia al giusto sia al peccatore»[20]
I Profeti hanno sempre dichiarato che soltanto Dio rivelava loro le Sue parole e che tutti quei versetti erano parole divine donate loro da Dio, le quali venivano ricevute senza alcun errore o esitazione e trasmesse ai servi di Dio. In questo, oltre alla veridicità del loro parlare, interviene anche una forza divina chiamata ʿiṣma (infallibilità), che comprende la perfetta ricezione della rivelazione, la sua trasmissione al popolo senza nessuna omissione né errore alcuno, nonché l’impeccabile comprensione e interpretazione delle parole di Dio e l’agire in totale conformità ai Suoi comandi. Senza questa forza divina, persino la veridicità dei Profeti non sarebbe sufficiente a garantire la fiducia della gente; vi sono infatti molti uomini veritieri che non intendono mentire e non mentono mai, ma di essi non si può affermare che non commettano errori o che tutte le loro parole e azioni siano sempre corrette. Vi sono persone rette che, pur essendo sincere, a causa della mancanza di conoscenza non riescono a evitare gli errori o finiscono per sostenere teorie scientifiche e sociali errate. Pertanto, i Profeti divini non sono stati soltanto i più veritieri tra gli uomini, ma, grazie alla forza divina dell’infallibilità, hanno anche trasmesso al popolo parole e insegnamenti autentici, affinché non sorgessero motivi di smarrimento per la gente.
﴿وَ جَعَلْنَاهُمْ أَئِمَّةً يَهْدُونَ بِأَمْرِنَا وَ أَوْحَيْنَا إِلَيْهِمْ فِعْلَ الْخَيْرَاتِ وَ إِقَامَ الصَّلَاةِ وَ إِيتَاءَ الزَّكَاةِ وَ كَانُوا لَنَا عَابِدِينَ﴾
«E facemmo di loro degli Imam che guidavano [la gente] per ordine Nostro, e rivelammo loro la pratica delle buone opere, l’osservanza della ṣalāh e il versamento della zakāh; ed essi adoravano soltanto Noi»[21]
Inoltre, secondo quanto afferma il Corano, Dio ha inviato a ogni comunità un Suo messaggero:
﴿وَ لِكُلِّ أُمَّةٍ رَسُولٌ﴾
«E per ogni comunità vi è un Messaggero»[22]
E d’altra parte, i profeti e i messaggeri di Dio hanno vissuto in epoche e luoghi diversi e, naturalmente, in relazione alle condizioni culturali e sociali del loro tempo, erano investiti di compiti particolari e proclamavano leggi sociali differenti. Questa diversità di culture, tempi e luoghi ha comportato la molteplicità dei Profeti e dei Messaggeri e, di conseguenza, l’apparente diversità delle norme divine. Il Corano afferma:
﴿لِكُلٍّ جَعَلْنَا مِنْكُمْ شِرْعَةً وَ مِنْهَاجًا وَ لَوْ شَاءَ اللَّهُ لَجَعَلَكُمْ أُمَّةً وَاحِدَةً وَ لَٰكِنْ لِيَبْلُوَكُمْ فِی مَا آتَاكُم فَاسْتَبِقُوا الْخَيْرَاتِ إِلَى اللَّهِ مَرْجِعُكُمْ جَمِيعاً﴾
«Per ogni [comunità] di voi [esseri umani] abbiamo stabilito una via e un metodo. E se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi un’unica comunità, ma ha voluto provarvi con ciò che vi ha dato. Competete dunque nelle buone opere. Tutti ritornerete a Dio, ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali discordavate»[23]
Nonostante tutte le differenze esteriori, lo scopo di tutti i Profeti, così come le radici e i temi fondamentali dei loro insegnamenti e dei loro Libri sacri, è comune: la fede nell’unicità di Dio, nella resurrezione, il rispetto dei Profeti precedenti e la raccomandazione alla rettitudine, alla giustizia, alla benevolenza e all’amore per l’umanità.
Il Corano ricorda che i veri credenti sono coloro che non fanno alcuna distinzione tra i Profeti divini e credono negli insegnamenti di tutti loro; tanto che, se un credente nega la missione profetica anche di uno solo di essi o uno solo dei loro Libri sacri, è come se avesse rifiutato la missione di tutti i Profeti:
﴿آمَنَ الرَّسُولُ بِمَا أُنْزِلَ إِلَيْهِ مِنْ رَبِّهِ وَ الْمُؤْمِنُونَ كُلٌّ آمَنَ بِاللَّهِ وَ مَلَائِكَتِهِ وَ كُتُبِهِ وَ رُسُلِهِ لَا نُفَرِّقُ بَيْنَ أَحَدٍ مِنْ رُسُلِهِ﴾
«Il Messaggero crede in ciò che gli è stato fatto discendere da parte del suo Signore, e [così] i credenti: tutti credono in Dio, nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri e nei Suoi Messaggeri, e [dicono:] “Non facciamo distinzioni tra alcuno dei Suoi Messaggeri”»[24]
In questo contesto, la grandezza spirituale e morale del Nobile Profeta dell’Islam, Muhammad (S), quale ultimo Inviato di Dio e perfezionatore degli insegnamenti divini ed etici dei Profeti precedenti, è stata oggetto di una speciale lode:
﴿لَقَدْ جَاءَكُمْ رَسُولٌ مِنْ أَنْفُسِكُمْ عَزِيزٌ عَلَيْهِ مَا عَنِتُّمْ حَرِيصٌ عَلَيْكُمْ بِالْمُؤْمِنِينَ رَئوفٌ رَحِيمٌ﴾
«In verità, è venuto a voi un messaggero, a voi stessi appartenente, a cui è gravoso che voi soffriate, bramoso di [guidare] voi [sulla retta via], dolce e benevolo con i credenti»[25]
﴿وَ إِنَّكَ لَعَلَىٰ خُلُقٍ عَظِيمٍ﴾
«E tu sei davvero di indole magnifica!»[26]
﴿لَقَدْ كَانَ لَكُمْ فِی رَسُولِ اللَّهِ أُسْوَةٌ حَسَنَةٌ﴾
«V’è invero per voi, nel Messaggero di Dio, un buon esempio»[27]
﴿وَ مَا أَرْسَلْنَاكَ إِلَّا رَحْمَةً لِلْعَالَمِينَ﴾
«E non ti abbiamo inviato se non come misericordia per i mondi»[28]
﴿فَلَعَلَّكَ بَاخِعٌ نَفْسَكَ عَلَىٰ آثَارِهِمْ إِنْ لَمْ يُؤْمِنُوا بِهَٰذَا الْحَدِيثِ أَسَفًا﴾
«E forse ti ammazzerai di dolore dietro a loro, se non crederanno in questa Parola [nel Corano]»[29]
Imamato
Il concetto di uno Stato religioso e della presenza di un governante divino alla guida della società è presente in tutte le religioni precedenti. Senza dubbio, la guida di ogni comunità religiosa ne costituisce il pilastro fondamentale. Nella cultura islamica, il governante e la guida divina sono designati con i titoli di Imam e di successore del Profeta di Dio.
In base alle fonti storiche, i Profeti divini hanno sempre lottato contro i governanti oppressori del loro tempo per ricondurli alla rettitudine e, qualora non avessero obbedito, fondare essi stessi uno Stato religioso.
All’inizio della sua missione, il Profeta Mosè (A) si rivolse al Faraone, e non alla gente comune. Dopo aver liberato i Figli d’Israele dal dominio del Faraone, li condusse nel deserto del Sinai e, fino alla fine della sua vita, assunse la guida religiosa e politica della nuova comunità. In vista della propria successione e della futura guida dello Stato religioso, si rivolse a Dio dicendo: «Imploro che YHWH, Dio degli spiriti di ogni essere umano, designi qualcuno a capo di questa comunità, che esca davanti a loro e rientri davanti a loro, che li conduca fuori e li faccia entrare, affinché la comunità del Signore non sia come pecore senza pastore». E Dio disse a Mosè: «Prendi Giosuè, figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; imponi la tua mano su di lui, presentalo davanti al sacerdote Eleazaro[30] e davanti a tutta la comunità e, in loro presenza, dagli le tue istruzioni. Conferiscigli parte della tua dignità, affinché tutta la comunità dei Figli d’Israele gli obbedisca».[31]
Nel tempo del Profeta Gesù (A), anche i capi e i potenti della comunità ebraica si opposero a Lui e chiesero a Pilato, governatore romano di Gerusalemme, di condannarlo. Prima di questi eventi, il Profeta Gesù (A) aveva designato Simone come suo successore e guida della futura comunità dei cristiani, dicendo: «O Simone, figlio di Giona!... E io ti dico che tu sei Pietro e su questa roccia edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».[32]
Nel caso dell’Islam, come avrebbe dovuto avvenire la successione del Profeta (S) e l’istituzione dell’imamato della comunità musulmana? Sarebbe dovuta avvenire come nelle religioni divine precedenti, nelle quali il Profeta designava personalmente il proprio successore e la guida immediatamente successiva della comunità dei credenti, oppure il popolo avrebbe dovuto scegliere da sé il proprio capo, senza bisogno di alcuna indicazione da parte del Profeta?
Prestate attenzione alle qualità che, nei testi sacri della Torah e del Vangelo, sono attribuite ai successori dei Profeti: «un uomo in cui è lo spirito», «rivestito di una parte della dignità divina», «la comunità dei Figli d’Israele gli obbedisce», «la roccia della Chiesa», «le porte degli inferi non prevarranno contro di essa», «colui che detiene le chiavi del Regno dei cieli» e così via.
Il popolo è forse in grado di riconoscere da sé un uomo in cui è lo spirito, rivestito di dignità divina e detentore delle chiavi del Regno dei cieli, per poi sceglierlo come propria guida? I Profeti, in una questione tanto cruciale, avrebbero forse lasciato le loro comunità senza alcuna indicazione? In base a quanto riportato nei testi sacri, il ruolo del popolo in questo compito decisivo consiste unicamente nell’obbedienza: «Affinché tutta la comunità dei Figli d’Israele gli obbedisca».
L’imamato o califfato – inteso come guida della comunità musulmana negli affari religiosi e mondani – dopo la morte del Profeta dell’Islam (S) è stato, e continua a essere, uno dei principali temi della riflessione religiosa tra gli studiosi musulmani. Ciascuna delle correnti islamiche ha espresso opinioni diverse riguardo alla successione del Profeta (S) e alle qualità e ai requisiti del califfato. Poiché la questione dell’imamato costituisce il principale motivo di divergenza tra le correnti islamiche, accenneremo brevemente alle diverse posizioni in merito.
Secondo alcuni studiosi sunniti, non vi è alcuna differenza tra imamato e califfato: entrambi indicano la rappresentanza del Legislatore nella salvaguardia della religione e nell’amministrazione degli affari mondani. La dottrina sciita, invece, sostiene che l’imamato, come risulta dal Corano e dalle tradizioni, è una posizione altissima e sublime, persino superiore al grado della profezia e della missione. Come si evince dal significato stesso del termine “imam”, l’imam è colui che assume la guida della comunità e ne esercita la leadership in tutti gli aspetti della vita religiosa e mondana; il califfo, invece, nel senso di successore e vicario, non possiede necessariamente le qualità e le prerogative proprie dell’imam. Tuttavia, questi due ruoli, imamato e califfato, possono riunirsi in una sola persona; così, ʿAlī ibn Abī Ṭālib (A) e gli Imam infallibili sciiti (A), oltre a essere Imam con le qualità proprie dell’imamato, sono anche i successori del Profeta e i suoi califfi.
Nella realizzazione del significato dell’imamato, la guida costituisce una condizione essenziale. L’imam deve mettere in pratica ciò che insegna e guidare il popolo sia con le parole sia con l’esempio; per la realizzazione del significato letterale del califfato, invece, è sufficiente che una persona sia designata come califfo per succedere al Profeta (S) e svolgerne le funzioni in sua assenza. Anche se il califfo non agisse in conformità con le proprie parole, dal punto di vista linguistico potrebbe comunque essere chiamato califfo.
Dal punto di vista coranico, l’imamato possiede una posizione particolare ed è considerato l’ultima tappa del perfezionamento umano, alla quale sono giunti soltanto pochi; come afferma: «[Ricorda] quando Dio mise alla prova Abramo (A) con diverse prove ed egli le superò pienamente; Dio gli disse allora: “Ti ho posto come Imam e guida per gli uomini”».
Di certo, il grado di Imam conferito ad Abramo (A) rappresentava la più alta e sublime posizione che egli, dopo aver superato tutte quelle dure prove, meritò di ricevere da parte di Dio. Pertanto, la posizione dell’imamato è superiore persino a quella della profezia.
Gli sciiti, a differenza dei sunniti, ritengono che l’imamato sia, come la profezia, una posizione divina conferita da Dio e non determinata dalla scelta del popolo, e che colui che ne è investito venga designato direttamente da Dio; perciò l’Imam, in tutti gli aspetti tranne la ricezione della rivelazione, è come il Profeta. I sunniti, invece, considerano la successione al Profeta un incarico e un’autorità di natura sociale, non una posizione divina, conferita al califfo dal popolo; il califfato può essere ottenuto sia attraverso l’elezione della comunità sia mediante qualsiasi forma di imposizione o prevalenza.
Dal punto di vista sciita, una tale posizione (l’imamato) è legittima soltanto se conferita da Dio l’Altissimo; colui che ne è investito originariamente possiede la qualità dell’infallibilità (ʿiṣma), che lo rende preservato dai peccati e immune dall’errore nell’esposizione delle norme e delle conoscenze islamiche.
Pertanto, la divergenza tra sciiti e sunniti riguardo all’imamato si manifesta in tre questioni:
- l’imamato è una designazione divina;
- la scienza dell’Imam è una conoscenza donata da Dio e immune dall’errore;
- l’Imam è infallibile (maʿṣūm).
Il Profeta Muhammad (S), in numerosi hadith – tra cui quello in cui disse: «Colui di cui io sono il signore, Ali è anche il suo signore»[33] – ha indicato Ali come suo successore, come Imam e come Principe dei Credenti. In questo hadith, la parola «signore» va intesa nel senso di Imam e guida assoluta.
La ragione umana stabilisce che l’Imam di ogni comunità deve possedere tali qualità nel grado più elevato possibile, poiché, quanto più esse sono presenti in lui, tanto maggiore è la sua idoneità alla guida della comunità e all’imamato. La sana ragione indica inoltre come vera e autentica guida della comunità colui che possiede tali qualità nella misura più completa. In base alle fonti storiche e agli hadith, troviamo conferma di questo principio nel fatto che il Profeta (S) designò come Imam proprio colui che possedeva tali qualità nella misura più completa.
Secondo un hadith trasmesso dal grande compagno del Messaggero di Dio, Jabir ibn Abdullah al-Ansari[34], Dio l’Altissimo ha stabilito dodici Imam per la comunità islamica, affinché ne assumessero, uno dopo l’altro, la guida. Tra i doveri di ciascun Imam vi è anche quello di designare e presentare l’Imam che gli succederà, così come fecero i Profeti inviati da Dio.
La Resurrezione nel Corano
«دَارٌ بِالْبَلَاءِ مَحْفُوفَةٌ وَ بِالْغَدْرِ مَعْرُوفَةٌ لا تَدُومُ أَحْوَالُهَا وَ لَا يَسْلَمُ نُزَّالُهَا أَحْوَالٌ مُخْتَلِفَةٌ وَ تَارَاتٌ مُتَصَرِّفَةٌ الْعَيْشُ فِيهَا مَذْمُومٌ وَ الْأَمَانُ مِنْهَا مَعْدُومٌ وَ إِنَّمَا أَهْلُهَا فِيهَا أَغْرَاضٌ مُسْتَهْدَفَةٌ تَرْمِيهِمْ بِسِهَامِهَا وَتُفْنِيهِمْ بِحِمَامِهَا»
«Questo mondo è una dimora circondata da prove e tribolazioni, nota per il tradimento e la slealtà. Le sue condizioni non rimangono mai immutate e chi vi dimora non vi trova sicurezza. I suoi stati mutano continuamente e le sue vicende cambiano senza sosta. La vita in esso è degna di biasimo e da esso non proviene alcuna sicurezza. I suoi abitanti non sono altro che bersagli esposti: esso li colpisce con le sue frecce e infine li annienta con la morte»[35]
Qual è il senso della vita e quale sarà il suo destino? La vita si esaurisce forse in questa breve esistenza terrena, dopo la quale tutte le qualità e le opere dell’uomo, buone o cattive, sprofondano nel nulla e nell’inesistenza? Oppure, al di là di questo mondo variopinto, esiste una vita eterna, con un ordine nuovo, pronta ad accogliere l’uomo con ciò che egli stesso avrà preparato per essa?
Se la morte coincidesse con il nulla e segnasse la conclusione assoluta di questo breve viaggio terreno, essa rappresenterebbe una realtà profondamente dolorosa e amara. Il solo pensiero della morte offuscherebbe ogni gioia e priverebbe di serenità la vita trascorsa accanto alla famiglia, ai figli, ai parenti e agli amici più cari.
Ora, qual è la risposta delle religioni divine e dei profeti di Dio all’ansia e all’inquietudine dell’uomo di fronte al mistero della morte?
﴿وَ لِلَّهِ مَا فِی السَّمَاوَاتِ وَ مَا فِی الْأَرْضِ وَ إِلَى اللَّهِ تُرْجَعُ الْأُمُورُ﴾
«A Dio appartiene tutto ciò che è nei cieli e tutto ciò che è sulla terra, ed è a Dio che tutte le cose ritornano»[36]
﴿أَرَضِيتُمْ بِالْحَيَاةِ الدُّنْيَا مِنَ الْآخِرَةِ فَمَا مَتَاعُ الْحَيَاةِ الدُّنْيَا فِی الْآخِرَةِ إِلَّا قَلِيلٌ﴾
«Vi siete contentati della vita terrena al posto dell’aldilà? [Sappiate] dunque [che] nell’aldilà la merce del mondo terreno non è che poca [cosa]»[37]
Quale pittore raffinato e quale maestro della bellezza, quale Creatore sapiente e benevolo, darebbe vita a un mondo con tale splendore, bellezza e varietà, per poi infine consegnare tutte le sue forme e i suoi colori unici al pozzo oscuro del nulla e del vuoto?
﴿وَ مَا خَلَقْنَا السَّمَاءَ وَالْأَرْضَ وَ مَا بَيْنَهُمَا بَاطِلًا﴾
«E non abbiamo creato invano il cielo, la terra e tutto ciò che vi è fra loro»[38]
﴿إِنَّ فِی خَلْقِ السَّمَاوَاتِ وَ الْأَرْضِ وَ اخْتِلَافِ اللَّيْلِ وَ النَّهَارِ لَآيَاتٍ لِأُولِی الْأَلْبَابِ۞ الَّذِينَ يَذْكُرُونَ اللَّهَ قِيَامًا وَ قُعُودًا وَ عَلَىٰ جُنُوبِهِمْ وَ يَتَفَكَّرُونَ فِی خَلْقِ السَّمَاوَاتِ وَ الْأَرْضِ رَبَّنَا مَا خَلَقْتَ هَٰذَا بَاطِلًا سُبْحَانَكَ فَقِنَا عَذَابَ النَّارِ۞... رَبَّنَا وَ آتِنَا مَا وَعَدْتَنَا عَلَىٰ رُسُلِكَ وَ لَا تُخْزِنَا يَوْمَ الْقِيَامَةِ إِنَّكَ لَا تُخْلِفُ الْمِيعَادَ﴾
«In verità, nella creazione dei cieli e della terra e nell’alternarsi della notte e del giorno, certamente, ci sono invero dei segni per coloro che sono dotati di sano intelletto, che in piedi, seduti e [coricati] sui fianchi ricordano Dio e meditano sulla creazione dei cieli e della terra, [dicendo]: “Signore nostro, non hai creato [tutto] questo invano. Tu sei puro [immune da qualsiasi difetto]! Preservaci allora dal castigo del Fuoco… Signore nostro, donaci quello che ci hai promesso attraverso i Tuoi messaggeri e non umiliarci nel Giorno della Resurrezione, ché, in verità, Tu non manchi alla promessa”»[39]
Gli esseri umani, ovunque abbiano vissuto, hanno sempre guardato con rispetto a valori preziosi come la giustizia, la lealtà e la benevolenza verso i propri simili, e non hanno mai celato il loro disgusto e la loro avversione per il tradimento e l’oppressione. Eppure, molti criminali e oppressori hanno ucciso popoli innocenti e depredato i loro beni; hanno goduto fino alla fine di una vita agiata e non si sono privati nemmeno del minimo piacere capriccioso, senza mai cadere né nelle maglie della giustizia e della legge né in un destino funesto decretato dalla natura. Lo spirito della giustizia e della rivendicazione dei diritti può forse accettare che una moltitudine di oppressori egoisti non risponda mai delle proprie azioni? Dio, giusto ed equo, li ha forse lasciati stare senza stabilire per loro un Giorno del Giudizio?
﴿أَيَحْسَبُ الْإِنْسَانُ أَلَّنْ نَجْمَعَ عِظَامَهُ۞ بَلَىٰ قَادِرِينَ عَلَىٰ أَنْ نُسَوِّی بَنَانَهُ۞ بَلْ يُرِيدُ الْإِنْسَانُ لِيَفْجُرَ أَمَامَهُ﴾
«Crede forse l’uomo che non raccoglieremo mai le sue ossa?! Certo [che le raccoglieremo]! Essendo [Noi] capaci di plasmare armoniosamente [di nuovo persino] i suoi polpastrelli. L’uomo vorrebbe piuttosto [continuare a] peccare [per tutto il tempo che ha] davanti a sé»[40]
﴿أَفَرَأَيْتُمْ مَا تُمْنُونَ۞ أَأَنْتُمْ تَخْلُقُونَهُ أَمْ نَحْنُ الْخَالِقُونَ۞ نَحْنُ قَدَّرْنَا بَيْنَكُمُ الْمَوْتَ وَ مَا نَحْنُ بِمَسْبُوقِينَ۞ عَلَىٰ أَنْ نُبَدِّلَ أَمْثَالَكُمْ وَ نُنْشِئَكُمْ فِی مَا لَا تَعْلَمُونَ۞ وَ لَقَدْ عَلِمْتُمُ النَّشْأَةَ الْأُولَىٰ فَلَوْلَا تَذَكَّرُونَ﴾
«E avete visto quello che eiaculate?! Lo create voi, o siamo Noi i Creatori?! Noi abbiamo destinato fra di voi la morte, e non saremo superati nel sostituire [voi] con [altri,] simili a voi, e nel crearvi [di nuovo] in quel [la forma] che [ancora] non conoscete. E avete invero conosciuto la prima creazione, perché dunque non traete monito?!»[41]
La riflessione sui versetti del Corano sopra citati rivela un legame profondo tra tre concetti: il tawḥīd, l’inizio e il ritorno, ovvero l’Unico Creatore, la prima creazione e la resurrezione finale. D’altra parte, un gran numero di versetti coranici riguarda proprio il tawḥīd e la resurrezione. Questi due concetti sono come due ali che permettono all’uomo di elevarsi verso la perfezione, la felicità e la spiritualità. Persino la sola fede nell’Unicità divina, senza la fede nella resurrezione, è incapace di esercitare un’influenza radicale e duratura nel dare senso alla vita, nel compiere opere buone e nell’evitare azioni riprovevoli. I saggi che percorrono la via della rettitudine giungono a questa consapevolezza: il Creatore del mondo non li ha abbandonati a se stessi; Egli conosce le loro azioni e le loro intenzioni, ha stabilito per le loro opere buone ricompense innumerevoli e per le loro ingiustizie una punizione giusta ed equa.
﴿من جَاءَ بِالْحَسَنَةِ فَلَهُ عَشْرُ أَمْثَالِهَا وَ مَن جَاءَ بِالسَّیئَةِ فَلَا یجْزَی إِلَّا مِثْلَهَا وَ هُمْ لَا یظْلَمُونَ﴾
«Chi ha portato [compiuto] una buona azione, ebbene, ne avrà dieci volte tanto, e chi ha portato [compiuto] una cattiva azione, ebbene, non sarà punito se non [con un castigo] pari ad essa, e ad essi non sarà fatta [alcuna] ingiustizia»[42]
﴿مَثَلُ الَّذِينَ يُنْفِقُونَ أَمْوَالَهُمْ فِی سَبِيلِ اللَّهِ كَمَثَلِ حَبَّةٍ أَنْبَتَتْ سَبْعَ سَنَابِلَ فِی كُلِّ سُنْبُلَةٍ مِائَةُ حَبَّةٍ وَ اللَّهُ يُضَاعِفُ لِمَنْ يَشَاءُ وَ اللَّهُ وَاسِعٌ عَلِيمٌ﴾
«L’esempio di coloro che donano i loro beni sulla via di Dio è come quello di un chicco [di grano] che fa germinare sette spighe, ognuna delle quali contiene cento chicchi. Dio accresce [il merito] a chi vuole Lui. E Dio è Munifico, Sapiente»[43]
﴿قُلْ أَؤُنَبِّئُكُمْ بِخَيْرٍ مِنْ ذَٰلِكُمْ لِلَّذِينَ اتَّقَوْا عِنْدَ رَبِّهِمْ جَنَّاتٌ تَجْرِی مِنْ تَحْتِهَا الْأَنْهَارُ خَالِدِينَ فِيهَا وَ أَزْوَاجٌ مُطَهَّرَةٌ وَ رِضْوَانٌ مِنَ اللَّهِ وَ اللَّهُ بَصِيرٌ بِالْعِبَادِ﴾
«Di’: “Volete forse che v’informi di cose migliori di queste? Per i timorati ci sono, presso il loro Signore, paradisi sotto i quali scorrono i rivi, in cui resteranno in eterno, e spose pure e il consenso di Dio”. E Dio osserva i [Suoi] servi»[44]
Colui che pone come scopo della propria vita la felicità e la serenità dell’eterna dimora dell’Aldilà e, in questo mondo terreno, assume un buon comportamento e un carattere virtuoso, si guadagna, senza neppure ricercarlo, un buon nome tra gli uomini e consegue presso il suo Signore prestigio e onore. I servi oppressi del Signore innalzano per lui invocazioni di bene, e gli angeli celesti contano gli istanti nell’attesa di incontrarlo.
Continua…
Note
[1]. Corano: Sura Al‑Maʾida (5), versetto 76.
[2]. Con i 27 libri si intendono i quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli, l’Apocalisse e le ventuno Lettere, che nel loro insieme costituiscono il Nuovo Testamento.
[3]. Corano: Sura al‑Hashr (59), versetto 24.
[4]. Corano: Sura al‑Dhāriyāt (51), versetti 20‑21.
[5]. Corano: Sura al‑Tawḥīd (112).
[6]. Corano: Sura al‑Shūrā (42), versetto 11.
[7]. Corano: Sura al‑Ḥadīd (57), versetto 3.
[8]. Sura al‑ʿAnkabūt (29), versetto 6.
[9]. Corano: Sura al‑Baqarah (2), versetto 186.
[10]. ʿAlī ibn al-Ḥusayn ibn ʿAlī ibn Abī Ṭālib, nato il 5 Shaʿbān dell’anno 38 dell’Egira (4 gennaio 659 d.C.) e martirizzato il 12 o il 25 Muḥarram dell’anno 95 dell’Egira (20 ottobre 713 d.C.) a Medina, noto con gli appellativi di al-Sajjād e Zayn al-ʿĀbidīn, è il quarto Imam degli sciiti, dopo suo padre, l’Imam al-Ḥusayn (A), suo zio al-Ḥasan al-Mujtabā (A) e suo nonno ʿAlī ibn Abī Ṭālib (A). La sua opera più celebre è al-Ṣaḥīfa al-Sajjādiyya, nella quale profondi insegnamenti religiosi, dottrinali, etici e sociali sono espressi sotto forma di suppliche. Un’altra sua sublime opera è la Risālat al-Ḥuqūq (Trattato dei Diritti).
[11]. Al‑Ṣaḥīfa al‑Sajjādiyya, supplica n. 20.
[12]. Corano: Sura al‑Isrāʾ (17), versetto 44.
[13]. Corano: Sura al‑Baqarah (2), versetto 107.
[14]. Corano: Sura al‑Naḥl (16), versetto 36. – “Ţāġūt” può qui indicare ogni cosa che venga adorata od ubbidita in luogo di Dio, come, ad esempio, Satana, gli idoli, le false divinità e i tiranni.
[15]. Corano: Sura al‑Baqarah (2), versetto 213.
[16]. Quei venti Profeti sono Adamo, Noè, Abramo, Lot, Ismaele, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Aronne, Davide, Salomone, Elia, Eliseo, Esdra, Giobbe, Giona, Zaccaria, Giovanni e Gesù, pace su di loro, mentre i sei che compaiono soltanto nel Corano sono Idrīs, Hūd, Ṣāliḥ, Shuʿayb, Dhū l‑Kifl e Muḥammad (S); alcuni studiosi ritengono che Idrīs ed Elia siano in realtà un unico Profeta con due nomi diversi, che abbia avuto una lunga occultazione e sia apparso in due epoche diverse con due appellativi differenti, identificando inoltre il Profeta chiamato Enoch nel libro della Genesi con lo stesso Idrīs, e considerano i personaggi biblici di Reuel e Ietro come lo stesso Shuʿayb; se si accettano queste opinioni, soltanto quattro Profeti non sono menzionati nei Libri sacri precedenti: Hūd, Ṣāliḥ, Dhū l‑Kifl e il Profeta dell’Islam (S).
[17]. Corano: Sura Maryam (19), versetto 41.
[18]. Corano: Sura Yūsuf (12), versetto 46.
[19]. Abū ʿAbd Allāh Jaʿfar ibn Muḥammad al‑Ṣādiq, conosciuto come capo della scuola giuridica jaʿfarita e anche come guida del madhhab sciita, è il sesto Imam degli sciiti duodecimani, dopo suo padre, l’Imam Muḥammad al‑Bāqir (A), e prima di suo figlio, l’Imam Mūsā al‑Kāẓim (A). L’Imam al‑Ṣādiq (A), nella scuola in cui formò più di quattromila discepoli, acquisì grande influenza e fama, tanto da suscitare i sospetti del potere politico. Tra questi discepoli si possono citare Abū Ḥanīfa e Mālik ibn Anas, fondatori di due scuole giuridiche sunnite, la ḥanafita e la mālikita. La giurisprudenza sciita, dopo questo grande Imam, fu conosciuta come fiqh jaʿfarita, poiché le tradizioni trasmesse da lui costituiscono la fonte principale delle norme giuridiche sciite.
[20]. Wasāʾil al‑Shīʿa, vol. 19, p. 73.
[21]. Corano, Sura al‑Anbiyāʾ (21), versetto 73.
[22]. Corano, Sura Yūnus (10), versetto 47.
[23]. Corano, Sura al‑Maʾida (5), versetto 48.
[24]. Corano, Sura al‑Baqarah (2), versetto 285.
[25]. Corano, Sura al‑Tawba (9), versetto 128.
[26]. Corano, Sura al‑Qalam (68), versetto 4.
[27]. Corano, Sura al‑Aḥzāb (33), versetto 21.
[28]. Corano, Sura al‑Anbiyāʾ (21), versetto 107.
[29]. Corano, Sura al‑Kahf (18), versetto 6.
[30]. Uno dei maggiorenti dei Figli d’Israele.
[31]. Numeri 27:16‑21.
[32]. Matteo 16:17‑20.
[33]. Questo hadith fu pronunciato nell’evento di Ghadīr Khumm, durante l’ultimo pellegrinaggio rituale compiuto dal Profeta Muhammad (S).
[34]. Jabir ibn Abdullah al-Ansari (morto tra il 68 e il 79 dell’egira) fu compagno del Profeta dell’Islam (S) e trasmettitore dell’hadith della Tavoletta (al-Lawḥ), che contiene i nomi degli Imam riportati dalle parole del Profeta (S). Egli compare inoltre nella catena dei trasmettitori di celebri hadith sciiti, come l’hadith di Jabir, l’hadith di Ghadir, l’hadith dei Due Pesi e l’hadith della Città della Scienza. È considerato tra i compagni di cinque Imam – da Ali fino a Muhammad al-Baqir. Dopo la tragedia di Karbala, fu il primo pellegrino a visitare l’Imam Husayn nel giorno dell’Arbaʿin.
[35]. Nahj al‑Balagha, sermone 226.
[36]. Corano: Sura Al‑ʿImran (3), versetto 109.
[37]. Corano: Sura al‑Tawba (9), versetto 38.
[38]. Corano: Sura Ṣād (38), versetto 27.
[39]. Corano: Sura Al‑ʿImran (3), versetti 190, 191 e 194.
[40]. Corano: Sura al‑Qiyāma (75), versetti 3‑5.
[41]. Corano: Sura al‑Wāqiʿa (56), versetti 58‑62.
[42]. Corano: Sura al‑Anʿām (6), versetto 160.
[43]. Corano: Sura al‑Baqarah (2), versetto 261.
[44]. Corano: Sura Al‑ʿImran (3), versetto 15.
A cura di Mostafa Milani Amin

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