mercoledì 20 maggio 2026 - 17:44
La disumanizzazione come costruzione narrativa tra immagini grottesche e ideali di purezza

La disumanizzazione si struttura come un processo narrativo e visivo in cui un gruppo viene progressivamente ridotto a figure subumane per legittimarne l’esclusione, contrapponendolo a un ideale astratto di purezza collettiva.

Agenzia Hawzah News – La disumanizzazione segue quasi sempre uno schema preciso e riconoscibile.
Prima si prende un gruppo umano. Poi lo si rappresenta con tratti deformati, animaleschi, grotteschi o “subumani”. Infine si contrappone quel gruppo a un ideale di “famiglia pura”, “società sana” o “popolo civile”.

È esattamente il modello usato nella propaganda razzista del Novecento:

  • gli ebrei venivano raffigurati come parassiti, deformi, manipolatori;
  • gli africani come bestiali o primitivi;
  • gli arabi come selvaggi e sessualmente minacciosi;
  • gli asiatici come invasori alieni.

L’obiettivo non è discutere idee o comportamenti.

L’obiettivo è togliere umanità a intere categorie di persone.

Questa immagine non è “umorismo nero”, “satira” o “libertà di parola”: è costruita usando codici visivi tipici della propaganda etnica e razziale. E infatti non critica individui specifici, ma trasforma interi popoli in caricature mostruose.

Dal punto di vista razionale e scientifico, inoltre, il messaggio è completamente infondato:

  • non esistono gerarchie biologiche tra etnie;
  • la criminalità dipende soprattutto da fattori socioeconomici, marginalizzazione e contesto;
  • nessuna popolazione possiede caratteristiche morali innate;
  • la genetica moderna ha demolito il concetto ottocentesco di “razze superiori” o “inferiori”.

Quando una persona inizia a vedere gruppi umani come caricature disgustose, smette di ragionare sugli individui reali.

Ed è precisamente così che nascono odio collettivo, discriminazione e violenza politica.

Una civiltà seria si fonda su analisi, dati e responsabilità individuale.

Non sulla zoologia propagandistica applicata agli esseri umani.

Mostafa Milani Amin

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