Agenzia Hawzah News – Negli ultimi anni ho notato che alcuni italiani convertiti all'Islam si sono avvicinati a confraternite sufi, presentando questa appartenenza quasi come un naturale approfondimento della propria fede islamica. Ritengo che la questione meriti una riflessione critica, tutt'altro che marginale.
Una ṭarīqa non è semplicemente un gruppo di studio o una comunità di credenti. È una struttura iniziatica, con una gerarchia spirituale, un maestro (shaykh), una catena di trasmissione (silsila), pratiche riservate e, in molti casi, un impegno formale di appartenenza attraverso la bayʿa: un patto di fedeltà nei confronti della guida spirituale.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che mi lascia più perplesso. La bayʿa non è una semplice dichiarazione di simpatia: implica un vincolo spirituale e un rapporto di autorità. Se si riconosce un maestro al quale si promette fedeltà, bisogna anche interrogarsi sulla natura e sui limiti di tale impegno. Non si può parlare contemporaneamente di appartenenza iniziatica e di una relazione puramente occasionale o priva di vincoli.
Non è difficile riconoscere, sul piano della struttura, alcune affinità con la massoneria: iniziazione, gerarchie, ritualità, trasmissione di insegnamenti e vincoli di appartenenza. Non significa che le due realtà siano equivalenti, abbiano la stessa origine o perseguano le medesime finalità. Ma la somiglianza strutturale esiste e merita di essere considerata.
C'è poi un dato storico interessante, che riguarda anche gli Ikhwān, i Fratelli Musulmani. Hasan al-Banna, loro fondatore, proveniva dalla confraternita sufi Hasafiyya, appartenente alla tradizione Shādhiliyya. La sua formazione spirituale influenzò anche alcuni aspetti organizzativi della Fratellanza, compreso l'impiego della bayʿa nell'adesione al movimento. Questo non significa che le confraternite sufi siano tutte collegate agli Ikhwān, ma dimostra che tra spiritualità confraternale e organizzazione politico-religiosa possono esistere connessioni storiche e strutturali che sarebbe ingenuo ignorare.
La mia perplessità più profonda, tuttavia, è di natura epistemologica. Come si concilia la ricerca della Realtà con l'adesione a un sistema nel quale una parte del percorso conoscitivo è mediata dall'autorità di un maestro, da una tradizione iniziatica e da una catena di trasmissione alla quale si è vincolati?
La ricerca della verità richiede piena libertà intellettuale, discernimento, verifica e disponibilità a mettere in discussione anche le proprie convinzioni. Nessun maestro, nessuna confraternita e nessuna catena iniziatica possono diventare un'autorità sottratta all'esame critico. Il problema non è riconoscere una guida spirituale, ma attribuirle un'autorità che finisca per prevalere sulla ragione e sulla ricerca personale e oggettiva della verità. La conoscenza non deve trasformarsi in obbedienza, né la spiritualità in dipendenza.
Questo non significa negare il valore della disciplina interiore, della preghiera, del ricordo di Dio o della dimensione spirituale dell'Islam. Significa rifiutare che tali esigenze debbano necessariamente passare attraverso strutture di affiliazione e vincoli di fedeltà personale.
Mostafa Milani Amin

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